News Siracusa. Dalle prime di questa mattina gli agenti della Polizia di Stato, in servizio alla Squadra Mobile della Questura di Siracusa, con la collaborazione dei colleghi dei collaterali Uffici di Milano, Messina e Novara, stanno eseguendo una serie di ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di alcuni soggetti.
Le accuse vanno reati di associazione finalizzata al traffico di droga, tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, porto e detenzione illegale di armi ed estorsione aggravata dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare il clan Trigila.
Il Tribunale di Catania, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia, ha disposto l’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di ALIANI Hamid (classe 1963); BIANCA Nunziatina (classe 1957); CRESCIMONE Pietro (classe 1962); DI MARI Elisabetta (classe 1964); LAO Giuseppe (classe 1971); LEMAIFI Said (classe 1968); MONACO Angelo (classe 1955); RUBBINO Antonino (classe 1968).
Sono attualmente ricercate altri due persone, di cui una di nazionalità straniera.
L’attività d’indagine ha fatto luce sulle attività illecite poste in essere dal gruppo capeggiato da Angelo Monaco, già riconosciuto in passato esponente di vertice del clan mafioso dei “Trigila” di Noto, facente capo al boss detenuto Antonio Trigila, detto ‘Pinuccio Pinnintula’.
Tornato in libertà il 25 agosto 2016, all’indomani della sua scarcerazione, Monaco decideva di ricalcare un modello delinquenziale di tipo tradizionale, puntando sulle attività illecite tipicamente appannaggio della criminalità organizzata, quali il traffico di sostanze stupefacenti e le estorsioni ai danni delle imprese che esercitavano attività economiche.
Un modo di operare alla “Vecchia Maniera” che si basava sui pregressi legami instaurati nel corso della lunga carriera criminale con i trafficanti di stupefacenti e sull’intimidazione mafiosa, perpetrata a colpi di arma da fuoco e incendio dei mezzi d’opera ai danni delle ditte che non si piegavano alle richieste estorsive.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Angelo Monaco, costantemente affiancato dalla moglie Elisabetta Di Mari e dall’uomo di sua fiducia, Pietro Crescimone, avrebbe promosso, diretto e organizzato un’ associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, grazie alla quale sarebbe stato in grado di far giungere nella provincia aretusea ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti da immettere sul mercato locale.
Il traffico di droga gestito dagli indagati veniva suffragato da significativi riscontri investigativi. Infatti nel pomeriggio del 28 febbraio 2017, il personale dell’U.P.G.S.P. della Questura di Messina, bloccava, proveniente da Villa San Giovanni, il figlio di Elisabetta Di Mari e lo trovava in possesso di circa 1 Kg di cocaina, occultato nella portiera del veicolo su cui viaggiava.
Invece nella notte tra il 21 e il 22 maggio 2017, Angelo Monaco e Pietro Crescimone venivano tratti in arresto a Villa S. Giovanni (RC) da personale delle Squadre Mobili di Siracusa e Reggio Calabria, perché trovati in possesso di circa 71 Kg di hashish occultati a bordo del furgone su cui viaggiavano.
Dalle attività tecniche era emerso, infatti, che i due indagati erano partiti da Noto nel pomeriggio precedente e si erano recati a Milano per prelevare un grosso carico di droga.
L’indagine documentava inoltre, l’esistenza e l’operatività di una seconda associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostante stupefacenti composta da cittadini marocchini con base operativa nella città di Milano e ramificazioni su Messina e Novara.
Il predetto sodalizio, grazie ad una vasta e articolata rete di contatti tra l’Italia e il Marocco, era in grado di far giungere sul territorio nazionale rilevanti quantitativi di sostanza stupefacente, che venivano ceduti a vari acquirenti presenti sul territorio nazionale, tra cui il gruppo capeggiato da Angelo Monaco.
Monaco e Crescimone risultano, inoltre, gravemente indiziati per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, nei confronti dell’impresa impegnata nella realizzazione dello svincolo autostradale di Noto sull’autostrada Siracusa-Gela.
L’indagine traeva spunto da alcune “visite” in cantiere effettuate da Angelo Monaco, che facevano presagire l’avanzamento di future richieste estorsive.
Nell’ultima circostanza, in conseguenza dell’ennesimo diniego di interloquire con i responsabili dell’azienda, Monaco pronunciava la frase ”… sono venuto tre volte…..non vengo più…”. Era il monito con il quale l’indagato preannunciava di voler cambiare strategia e di essere intenzionato a lanciare un “segnale” ai vertici dell’azienda.
Difatti, nella notte tra il 19 e il 20 maggio 2017, un gruppo armato composto da Monaco Angelo, Crescimone Pietro, Rubbino Antonino e Lao Giuseppe, si recava nelle aree di cantiere del costruendo svincolo autostradale di Noto ed esplodeva numerosi colpi di arma da fuoco all’indirizzo dei mezzi d’opera della ditta impegnata nella realizzazione dei lavori.
Come emerso dalle risultanze investigative, Monaco Angelo e Crescimone Pietro avrebbero più volte tentato di incendiare gli escavatori della ditta priolese, senza tuttavia riuscirvi, sia in virtù dei servizi di polizia predisposti al precipuo fine di farli desistere, sia per cause accidentali indipendenti dalla loro volontà.
Di rilievo si rivelava, poi, la figura di Antonino Rubbino, ritenuto referente del clan “Trigila” per il territorio di Rosolini e anello di congiunzione con il gruppo capeggiato da Angelo Monaco.
Rubbino, infatti, oltre ad affiancare Monaco nell’intimidazione armata commessa nella notte tra il 19 e il 20 maggio, risulta gravemente indiziato per aver posto in essere, unitamente a Nunziatina Bianca, moglie del capoclan Antonio Trigila, e ad altra persona attualmente ricercata, un’estorsione aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso al fine di favorire le attività economiche del clan Trigila, ai danni di una azienda agricola di Rosolini attiva nella coltivazione, raccolta e lavorazione di prodotti ortofrutticoli.
All’amministratore unico della citata azienda, infatti, gli indagati avrebbero imposto l’acquisto delle pedane in legno prodotte nella fabbrica della famiglia Trigila, gestita dal genero del capoclan Antonio Trigila.
In tale estorsione, un ruolo chiave sarebbe stato svolto proprio dalla moglie del boss “pinuccio pinnintula”, la quale non avrebbe esitato a “presentarsi” personalmente al titolare dell’azienda, facendo così valere la forza di intimidazione mafiosa e la valenza simbolica derivante dal rapporto di parentela per vincere l’iniziale resistenza della vittima.

