Salva un agnello. E’ questo il nome della campagna di sensibilizzazione di “AnimalEquality“.
La campagna è nata per contrastare le sofferenze e le brutalità compiute contro chi non può sottrarsi da tanto orrore, l’agnello in questo caso.
Animale dall’aspetto docile e carino che, almeno una volta l’anno, diventa portata del pranzo di Pasqua. L’agnello paradossalmente da simbolo sacrificale di questo giorno viene successivamente mangiato dagli stessi cristiani.
Questa, in realtà, è un’errata interpretazione dalla tradizione dalla Pasqua ebraica, la Pesach, che celebra la liberazione degli ebrei dall’Egitto, grazie a Mosè.
Come si evince, non solo da “AnimalEquality”, navigando sulla rete e nei social la difesa dell’agnello è virale. Le tante adesioni rispecchiano un forte desiderio di cambiamento, vuoi la nuova cultura vegana e del vegetariano, vuoi anche per un malinteso religioso, vuoi una maggiora consapevolezza dei rischi per un’eccessiva alimentazione di carne. Abitudini e convinzioni a parte, rinunciarci diventa più che altro una scelta culturale. Il nuovo motto è la convivenza dell’uomo con la natura nel rispetto dell’altro, animali compresi. Niente più pregiudizi per le specie animali, niente più tradizioni che giustificano un’indicibile violenza. In sostanza: non mangiarmi, ti prego.
Ma ciò che è importante è comprendere se “salva un agnello” (diventato anche un hashtag) è frutto di una visione ipocrita o di una visione etica. Scontri e dibattiti accendono il web tra chi vuole mangiare in “santa pace” l’agnello, visto che è Pasqua, e chi ci mette la faccia pur di salvare un povero agnellino.
Bisogna considerare i comportamenti alimentari delle persone: ci sono onnivori che mangiano tutte le carni, ma non possono accettare di cibarsi di cavallo o di cane, altri che non mangiano il coniglio ma non disdegnano il pollo e altro ancora. Dall’altra parte bisogna considerare chi carnivoro, non conosce l’allevamento intensivo degli animali, il loro trasporto che può durare giorni, la convulsione presente in un macello, specie durante i periodi di consumo come la richiesta di agnello per la domenica di Pasqua.
Detto questo, la ragione della protesta giustificata, nei limiti e nel rispetto di tutti, consisterebbe in una scelta di sensibilità, una scelta che non corrisponde a eliminare la sofferenza per gli agnelli, purtroppo, ma un piccolo passo contro l’intensivo consumo di carne. Non può esser cancellata un’abitudine alimentare ma può essere insegnato un comportamento alimentare sensibile e consapevole, per sapere che l’agnello per Pasqua o qualsivoglia taglio di carne giunto al nostro piatto, non sempre è frutto di un procedimento svolto in maniera naturale.

