Dopo la richiesta dell’
ergastolo da parte del pubblico ministero
Fabio Scavone, questa mattina si ė tornati all’interno dell’aula di Corte d’Assise per il processo a carico di
Christian Leonardi accusato di aver ucciso la moglie
Eligia Ardita, incinta all’ottavo mese di gravidanza la notte del 19 gennaio 2015 all’interno della casa coniugale di via Calatabiano.
In aula, per la seconda volta, Leonardi ha rinunciato ad essere presente al processo che a breve potrebbe vederlo condannato in primo grado di giudizio.
<Quando Agatino mi conferì l’incarico personale di assisterlo in questa dolorosissima vicenda umana e personale – ha ricordato il legale della parte civile, l’avvocato Francesco Villardita – ho avvertito immediatamente un dualismo, un doppio sentimento, che mi venne immediatamente manifestato dal sospetto e dalla speranza. Il sospetto che la propria figlia e la nipotina erano state barbaramente uccise ed uccise due volte. La prima perché la figlia era stata ammazzata, la seconda perché era stata uccisa da chi avrebbe dovuto proteggerla e perché era stata tradita da chi avrebbe dovuto profondere il proprio amore alla propria moglie, compagna di vita e figlia. Colsi immediatamente questa dualismo perché aldilà dell’aula di giustizia ciò che sopravvive a tutto ė l’animo del uomo. Quell’uomo e quella donna, Agatino e Graziella, distrutti ma con la speranza che tutte le supposizioni non fossero vere. Ma non è andata così, perché fin dalle prime indagini il sospetto comincio ad assumere una struttura così corposa ed imponente da non lasciare scampo a nulla>.
É questa l’accurata premessa dell’avvocato Francesco Villardita che ha così ampiamente illustrato alla Corte la tragica notte delle morte di Eligia.
L’avvocato
Villardita ha infatti ripercorso i dolorosi momenti della morte dell’infermiera aretusea, da quando Leonardi chiamò i soccorritori del 118 in una
telefonata a detta del legale <
priva di sentimenti>.
<Non ci sono dubbi. Leonardi era vestito e indossa scarpe da ginnastica. Ridicolo da parte sua dire, in un tentativo disperato, che si trovava in pigiama. Come poteva essere vestito di tutto punto, davanti al dramma di una moglie morente, mentre il padre di Eligia avvertito di quanto stava accadendo si recava a casa della figlia in mutande, maglietta, scalzo e privo di scarpe?> – dice l’avvocato Villardita.
Eligia viene trovata nel letto composta. Con le braccia incrociate e cianotica dal collo alla testa. Le mani cianotiche. Le unghie dei piedi nere. Con un lenzuolo che la copriva fin sopra il seno, in assenza di respiro e con i parametri vitali assenti, distesa su un letto del tutto in ordine.
<Eligia viene trovata morta. Morta> – urla in aula Francesco Villardita.
E mentre in quel l’ultimo piano di un piccolo stabile di via Calatabiano la morte faceva da padrona, i soccorritori del 118 facevano di tutto nel tentativo vano di rianimare quella collega tanto amata.
Ed ė che ripercorrendo gli orari di quella notte che si giunge, mentre l’aula di Corte d’Assise ascolta silenziosa le parole di Villardita, al momento in cui si tentò, senza praticare nessuna anestesia sul corpo esanime di Eligia, di far nascere quella bambina, Giulia, che la donna portava in grembo da otto mesi.
<Un corpo quello della piccola Giulia – come dice Villardita – che presentava già delle ipostasi e che quindi sarebbe morto poco dopo il decesso della madre, intorno alle ore 22.05 del 19 gennaio 2015, mentre il marito chiamava i soccorsi solo alle ore 23.23>.
Le tre versioni rilasciate da
Leonardi, prima della sua
ritrattazione, in merito alla morte della moglie, come dice l’avvocato
Francesco Villardita, non convincono – <
Eligia era nel letto ed ho sentito rantolare; Eligia era nel divano ed ho sentito che si lamentava; Eligia si è sentita male mentre eravamo a letto a vedere la televisione>.
<La mia non ė la voce di Francesco Villardita – conclude l’avvocato – ma quella di Agatino Ardita che mentre fumavamo insieme una sigaretta mi disse in dialetto “nun pozzu stari n’te robbi (ndr. non riesco a stare dentro i vestiti dalla tensione) voglio sapere com’è morta mia figlia>.
L’udienza continua riportando all’attenzione quella
autopsia sul corpo della povera
Eligia, effettuata dal medico legale
Corrado Cro, che misero in evidenza le lesioni che fecero scoppiare i sospetti, i dubbi, le paure di una famiglia che quella notte del 19 gennaio 2015 ha perso la speranza di una continuare a condurre una vita normale.
<
La morte di Eligia Ardita è un femminicidio>afferma l’avvocato di un centro antiviolenza alla Corte. Mentre papà Agatino batte velocemente ed in maniera nervosa il piede destro sul pavimento, in aula si parla di quelle
51 tracce rilevate all’interno della casa di via Calatabiano dai Carabinieri del Ris il
17 settembre del 2015 quando l’appartamento fu posto sotto sequestro. Si prosegue parlando della confessione poi ritrattata da
Christian Leonardi. Che ritrattò quanto confessato il 19 settembre del 2015 presso il comando dei Carabinieri del viale Tica ritenendo la sua una confessione indotto sia dal suo ex legale,
Aldo Giocchino Scuderi, sia dal fratello
Pierpaolo.
La parola ė poi passata all’avvocato Cristiano Leonadi e all’avvocato Giambattista Rizza che hanno mosso le proprie arringhe sulla stessa linea dell’avvocato Francesco Villardita.
Per i legali della parte civile la pena dell’ergastolo chiesta dal pubblico ministero Fabio Scavone ė una pena giusta ed equa per quanto commesso da Christian Leonardi.
Le luci in Corte d’Assise si spengono per riaccendersi il 28 novembre per le arringhe dei difensori di Leonardi, l’avvocato Felicia Mancini e Vera Benini.
Di acceso, oggi, resta solo lo sguardo perso di una famiglia, quella degli Ardita, che quel 19 gennaio del 2015 ha perso tutto.