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Siracusa. Lettera aperta di Lucia Formosa, mamma di Renzo: “venga fatta quella giustizia in cui vogliamo ancora credere”

di Redazione
16 Febbraio 2019
Siracusa. Lettera aperta di Lucia Formosa, mamma di Renzo: “venga fatta quella giustizia in cui vogliamo ancora credere”
 

News. È un fiume in piena Lucia Formosa, la mamma di Renzo. Renzo che a soli 16 anni è scomparso nell’aprile del 2017 a causa di un incidente stradale.

Riportiamo di seguito la lettera aperta scritta da mamma Lucia: “Sono Lucia Formosa, mamma di Renzo, un ragazzo di 16 anni che è finito sull’asfalto di una strada della periferia di Siracusa, esalato dopo diverse ore di agonia, il 21 aprile 2017, perché travolto da un’utilitaria, priva di copertura assicurativa, lanciata in folle corsa, in pieno centro abitato, da un altro giovane, sprezzante del pericolo, che per la sua imprudenza ancora non è stato punito e trascorre le sue giornate come se nulla fosse…come se nulla avesse provocato.

A noi genitori, a cui è stato sottratto tutto, per un piede pigiato eccessivamente sull’acceleratore, non resta quindi, che aspettare che, almeno, la giustizia faccia il suo lentissimo corso in un’aula di tribunale, sperando di non essere ancora una volta delusi.

Durante questa attesa estenuante, che non è caratterizzata da sete di vendetta, ma di una pena certa sì, ho deciso di scriverVi questa lettera, dettata da quel che resta di un’anima in pena, per sensibilizzare le istituzioni su quello che da qualche anno è finalmente, almeno nel codice penale italiano, rubricato come reato, l’omicidio stradale, di cui tutta la nostra famiglia è rimasta vittima.

Un reato per il quale vanno condannati tutti i responsabili, riconosciuti tali, e nessuno deve ottenere sconti di pena o esenzione dalla stessa, come finora è stato, invece, per il conducente che ha investito mio figlio, “esonerato” persino dai controlli tossicologici di routine, previsti a carico di chi provoca incidenti di una certa gravità. Forse solo perché il padre indossa la divisa di poliziotto della Municipale?

Quell’uniforme, illustrissimi, dovrebbe garantire il rispetto delle regole e delle prassi, invece di eluderle a favore di un proprio congiunto, giocando sulla “discrezionalità”.

Uccidere un ragazzo in strada non equivale ad una bravata del proprio figlio da “coprire” o da lasciare correre e io non ho intenzione di perdonare chi ha dimostrato una freddezza disumana e ha solo subito per il proprio comportamento una sospensione temporanea dal servizio, tra l’altro dopo le mie disperate e indignate sollecitazioni.

Una così grave omissione, come minimo, doveva costare al “pubblico ufficiale” e ai suoi colleghi la rimozione dall’incarico rivestito, ma così non è stato e già la legge ci appare sempre meno uguale per tutti.

Per questo invoco la vostra autorevole intercessione, affinché il sacrificio di mio figlio non sia vano, affinché altre madri non debbano provare questa sofferenza, difficile da descrivere e impossibile da arginare, sapendo liberi e sereni i responsabili del loro dolore (nemmeno una scusa ci è pervenuta).

Oltre il danno la beffa, noi li abbiamo visti a pochi mesi dalla tragedia, tornare a guidare, sui posti di lavoro e brindare persino al nuovo anno, postando sfacciatamente i loro momenti allegri sui social, irrispettosi del nostro lutto.

Qualcuno, purtroppo, e mi auguro non lo facciano anche i magistrati, proponendo una scellerata sentenza, dimostra di sottovalutare e tenta di giustificare le colpe di chi, pur non impugnando una pistola, imbraccia un volante e preme il piede sull’acceleratore, giocando alla roulette russa, non solo con la propria vita, ma togliendola agli altri. Come, purtroppo, è successo al mio piccolo uomo, strappato a noi e al suo futuro, mentre faceva rientro a casa da scuola, dove lavorava sodo per raggiungere i suoi obiettivi da adulto.

Quella, ricordo a tutti, fu la nostra ultima giornata di sole… le tenebre sono d’allora scese sulle nostre esistenze, trasformandole in un calvario quotidiano, trasferendo le nostre meste giornate davanti ad una lapide del cimitero comunale della nostra città, da dove Renzo ci sorride su una foto dalle fredde pareti, che custodiscono il suo corpo di adolescente, martoriato che aveva il diritto di crescere: sarebbe stato un uomo fantastico il nostro Renzo, gioioso e brillante come è sempre stato, un faro per noi ed i suoi amici.

L’ultima casa di nostro figlio è diventata anche la nostra, meta giornaliera del nostro disperato pellegrinaggio, nel tentativo di sentirlo fisicamente vicino a noi. Perché l’assenza di nostro figlio pesa, e lui non deve diventare un numero di fascicolo da archiviare o da liquidare con sterili motivazioni, come temiamo possa accadere.

Il mio bambino non ha avuto la possibilità di vedere quel domani che disegnavamo, con tanta speranza e gioia, tutti insieme. A distruggere i suoi e i nostri sogni è bastato trovarsi al momento sbagliato, nel posto sbagliato, scaraventato da un irresponsabile, a terra; quella terra che lo ha inghiottito e ci ha seppelliti.

Un figlio per i genitori, che hanno scelto consapevolmente e con amore di esserlo, rappresenta un dono inestimabile, un dono, che giorno dopo giorno, diventa sempre più prezioso, un’estensione indissociabile, un organo vitale, un polmone che irrora aria e che consente di affrontare qualsiasi difficoltà.

Quando Renzo era piccolo, ricordo, soffiavo sulle sue ginocchia sbucciate, per alleviare il dolore delle sue cadute, e mi sentivo impotente quando vedevo i suoi occhietti strizzarsi per il bruciore del disinfettante con cui tamponavamo le escoriazioni, quel maledetto 21 aprile avrei strappato il mio cuore, senza esitazione, per tornare a fare battere il suo, ma non è stato possibile. Lui è andato via, lasciandoci questa non vita, queste esistenze senza orizzonti, questi sguardi vaganti alla ricerca della sua immagine, Vi prego fate in modo che le nostre ferite, che non si rimargineranno più, brucino meno, facendo trionfare quella giustizia, in cui oggi vogliamo ancora credere.”

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