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Revenant-Redivivo: la regia di Iñárritu, un’impresa sovrumana di tecnica ma non nello stile

di Marco Panasia
23 Gennaio 2016
Revenant-Redivivo: la regia di Iñárritu, un’impresa sovrumana di tecnica ma non nello stile
 

News Cinema: nient’altro che un film sulla sopravvivenza ambientato in un’altra epoca, in quei territori impervi in cui trapper e Sioux si ammazzavano l’uno con l’altro. A parte l’interpretazione di Leonardo Di Caprio e l’abile tencina del regista Iñárritu che rendono il film un’esperienza superba. Da un lato una recitazione corporea, fatta di sguardi e piccoli gesti, grugniti e spasmi; dall’atra una serie di piani-sequenza da pelle d’oca.

Revenant è fondato su sentimenti basilari, tanto antichi quanto attuali. L’amore paterno, la sete di denaro e il potere; l’uomo contro la forza della natura; l’odio, la violenza, il tradimento, la rinascita, la fame di vendetta. Tutto racconta: una fuga da una parte, la caccia ad un uomo dall’altra. Nel mezzo c’è il Cinema.

Due personaggi, due ruoli vecchi quanto il cinema, ma sempre efficaci. Hugh Glass, esploratore e cacciatore di pellicce che nel 1822 intraprese un viaggio di tremila miglia, attraverso le condizioni più estreme, sopravvivendo ai pericoli e alle minacce della natura e degli uomini, mosso unicamente dalla più incrollabile delle volontà: la vendetta. Il suo percorso, fatto di cadute e di miracolose redenzioni, è una continua lotta per la sopravvivenza umana, in cui, però, trova anche una piccola componente religiosa ed etica.

C’è spazio anche per gli antagonisti numero uno: John Fitzgerald interpretato magistralmente da Tom Hardy, rappresenta il cinismo di quei cacciatori cacciatori, incapaci di accogliere e rispettare le differenti tradizioni degli indiani del Nuovo Mondo. Dall’altra la tenerezza di un padre, rimasto vedovo, che si prende cura del figlio, versa lacrime amare per la sua scomparsa, ma nel momento decisivo rinuncia alla vendetta, restituendo dignità morale alla sua figura.

Critica: Revenant è intrappolato in uno sguardo chiuso che, tra un pieno e sequenza e l’altro, tra un virtuosismo di macchina e un controluce, non riesce mai a esplodere completamente. Tutto è troppo perfetto, tutto è costruito a menadito, si percepisce l’impresa titanica di Iñárritu di filmare, superando insieme al protagonista i limiti fisici e naturali nella storia. Ma troppo ammaliati da cotanta perizia scenografica, ciò che manca è proprio il film. Il regista messicano prova ad andare oltre la semplice storia di vendetta attraverso visioni ultraterrene che travolgono il sofferente DiCaprio, tra sogno, ricordi e subconscio. Esagerando però e allungando la durata di un film che sarebbe dovuto rimanere sulla semplice strada della brutalità dura e pura, umana.

La sua perfezione scenica, quindi, è in un certo senso la pecca del film. Guadagnando in artificiosità sembra allontanarsi troppo dalla sua trama, smarrendosi in se stesso. Questo, però, non ne pregiudica la grandezza e il messaggio che cerca di trasmettere. Perchè Revenant rimane un’opera viscerale e travolgente, grandiosa dal punto di vista tecnico e memorabile in ambito produttivo, imperfetta e innegabilmente vuota tanto nell’evoluzione quanto nella caratterizzazione della sua trama, ma allo sguardo rimane pur sempre epocale.

 

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