<Vivo morto o X. Vivo morto o X. Vivo morto, vivo morto, vivo morto o X. Fa una croce qui, firmati così, vivo morto, vivo morto, vivo morto o X>. Era il 1995 quando Luciano Ligabue inseriva nel suo album dal titolo “Buon Compleanno Elvis” questa canzone.
Sono passati ben ventitré anni ma in questi ultimi giorni il testo di questo brano gira nella mia mente a rullo compressore. Perché è come se per dimostrare di essere “vivo o morto” debba essere tu stesso, in qualunque condizione ti trovi, a mettere una X da mostrare al mondo.
Incidente stradale in Scozia. “Vivo morto o X”
Quando, alle volte, ci dimentichiamo di essere umani
Parlo in prima persona in queste righe in quanto ho deciso, stranamente, di scrivere un editoriale su un grave fatto di cronaca che ha colpito alcuni nostri concittadini che si trovavano in vacanza in Scozia.
Io quella donna, quella mamma la conosco bene. La conosco perché ho condiviso con lei il banco delle scuole elementari per ben cinque anni. La conosco come conosco tutta la sua splendida famiglia, composta da persone perbene. La conosco da quando facevamo le recite di fine anno vestite nei modi più buffi e impensabili ma sempre con il sorriso sulle labbra. La conosco, quella donna che in vacanza ha perso nella maniera più tragica il figlio primogenito. La conosco ma non per questo voglio urlare al mondo intero il suo nome e cognome, la sua età (da tanti riportata in maniera errata) e la sua professione. La conosco come conosco l’uomo che ha preso in sposo e che molti danno in coma, mentre è l’unico, in questo feroce momento, ad essere sveglio e ad avere – purtroppo – contezza di quanto accaduto.
Lo conosco il sorriso di quella donna che in tanti davano per morta quando invece non lo è. Lo conosco come conosco i pizzicotti che ci davamo sedute accanto mentre svolgevamo le addizioni o mentre ridendo ci scambiavamo i doppioni delle sorprese delle uova di cioccolato.
Conosco i sogni che quella donna ha realizzato in trentaquattro anni. Si, trentaquattro anni e non trentanove o trentuno come in tanti anno scritto. Conosco anche le passioni del marito, che come mi raccontava il fratello della mia compagna di banco era tifoso sfegatato di una squadra di calcio. Quel marito che le ha stregato il cuore e che da poco ha compiuto quarantasei anni e non quarantanove o cinquanta.
Ho pianto tanto in questi giorni. E nelle nottate insonni ho rivoltato il web per comprendere meglio le dinamiche di questo maledetto incidente. Ho letto ed ho appurato l’esigenza, da parte di molti, di raccogliere quanti più like possibili. Hanno scritto proprio tutti, di questa coppia di sposi. Hanno scritto tutto e niente vantando fonti completamente sbagliate. Ne hanno scritto anche siti internet di pseudo informazione che pur non essendo registrati in alcun tribunale della terra hanno deciso di elrgire ai lettori dettagli succulenti, pur di avere visualizzazioni in più. Hanno scritto dimenticando che dietro questa coppia ci sono due famiglie. Un bambino che, purtroppo, non potranno più abbracciare ed uno al quale devono far capire, fingendo, che tutto vada bene.
Hanno scritto tutti dimenticando che i genitori e familiari di tutte le persone coinvolte nel tragico incidente hanno percorso 3.427,0 km con il cuore stravolto dal dolore. Hanno scritto non pensando ad un fratello rimasto a Siracusa incollato al telefono per avere anche un piccolo aggiornamento. Hanno scritto dimenticando, purtroppo, che tutti siamo umani.
E da umana io mi auguro solo che la mia amica possa tornare a casa presto, insieme a quello che resta della sua amata famiglia.


