L’incontro di oggi, promosso da CNA IMPRESA DONNA, è finalizzato a esporre e commentare la recente indagine a cura dal Centro Studi di CNA, sui dati relativi al 2021 per l’imprenditoria femminile, in un periodo che possiamo senz’altro definire eccezionale, per le problematiche legate alla presenza della pandemia.
Il rapporto del Centro Studi CNA
Che cosa ci dicono i dati recenti?
I ruoli imprenditoriali, dove per ruoli imprenditoriali si intendono le qualifiche di titolare, amministratore e socio d’impresa, ricoperti dalle donne nel 2021 in Italia sono 2,8 milioni, circa un quarto (26,8%) del totale.
Il settore produttivo principale per le aziende femminili è quello dei servizi, con particolare riferimento ai servizi alla persona (52%) che comprende centri estetici, parrucchiere e tinto-lavanderie, turismo (35,9%), agricoltura (29,3%), e commercio (27,2%). Segue il comparto manifatturiero (16,9%).
In alcuni comparti del manifatturiero, la presenza di imprese femminili è rilevante, come nell’abbigliamento, dove le donne ricoprono il 44,7% dei ruoli imprenditoriali, nell’ambito di una filiera produttiva, quella del Made in Italy ovvero delle produzioni di eccellenza, che si avvalgono del contributo creativo e spesso anche innovativo delle donne imprenditrici.
Così per il tessile (32,6%), la pelletteria (30,0%), e la produzione di gioielli e accessori (23,6%) Altra quota significativa di ruoli imprenditoriali è detenuta dalle donne anche nel comparto alimentare (29,2%).
In merito alla componente di donne imprenditrici all’interno delle diverse regioni italiane, si riscontra una distribuzione che vede le percentuali maggiori, intorno al 30%, in regioni collocate sia al Nord (Val d’Aosta e Piemonte), sia al centro (Umbria, Molise, Abruzzo, Toscana). Su una fascia intermedia, con un tasso percentuale di circa il 27%, si attestano molte regioni del Sud (Basilicata, Sardegna, Sicilia), a riprova che la presenza di aziende al femminile non rispecchia la stessa distribuzione delle aziende con ruoli imprenditoriali maschili, più numerosa al Nord.
Negli ultimi 10 anni in particolare, caratterizzati da crisi internazionali e soprattutto dal Covid-19, l’imprenditoria femminile ha dato un contributo determinante alla tenuta dell’economia del Paese. Le imprese con ruoli femminili hanno raggiunto un forte incremento nel 2018, e, se pure con una leggera flessione nel 2020, anno dell’insorgere della pandemia, hanno continuato questo trend fino a tutto il 2021.
In particolare, i ruoli femminili sono cresciuti di 63.000 unità, mentre quelli maschili solo di 31.000; inoltre, a fronte di un leggero incremento (+1,6%) da parte delle imprese con ruoli femminili, riscontriamo un più marcato decremento delle imprese con ruoli maschili (-3%).
Un dato significativo, che riguarda il 2020, anno dell’avvento della pandemia, deriva dall’indagine dell’Osservatorio dell’Imprenditorialità femminile di Unioncamere e Infocamere. Qui, in contrasto con il leggero calo (pari allo 0,29%) subito dalle attività imprenditoriali femminili in tutta Italia (quasi 4.000 attività in meno) rispetto al 2019, si registra nel Mezzogiorno un aumento dello 0,26% nello stesso periodo.
La Sicilia ha la migliore performance di tutta Italia, in quanto al 31-12-2020, su un numero complessivo di imprese siciliane pari a 471.289, le imprese femminili sono 114.896, circa ¼ del totale, con un saldo attivo dello 0,54%, pari a 621 unità in più rispetto al 31-12-2019.
Se andiamo a guardare anche la situazione della provincia di Siracusa, per il 2020, si riscontra un saldo positivo delle imprese femminili con un (+ 18), in linea con quello delle altre province siciliane.
Il 2021 dimostra invece una sostanziale stabilità delle imprese femminili in provincia di Siracusa. Sono ancora 8mila le imprese condotte da donne con una predominanza del comparto del commercio che rappresenta il 35% del totale delle imprese femminili siracusane, seguono l’agricoltura con il 25% e poi servizi e turismo con il 18% del totale delle imprese.
La quota di imprese femminili gestite da under 35 è pari al 21% sul totale delle imprese, un dato crescente che fa ben sperare sullo sviluppo di nuove imprese nonostante il forte impatto pandemico che ha colpito i settori più “rappresentativi ” per le imprese gestite da donne (turismo, commercio e servizi alla persona).
Osservazioni
È ormai dimostrato che la crescita dell’occupazione femminile fa aumentare il PIL e al tempo stesso la produttività delle imprese. Molti studi confermano che la presenza delle donne all’interno delle imprese contribuisce non solo allo sviluppo economico delle comunità locali, ma a qualunque latitudine, dall’Africa più profonda ai paesi più industrializzati e ricchi, il lavoro delle donne produce ricchezza, e ha una ricaduta virtuosa sui territori.
Siamo tuttavia ben lontani dall’aver colmato il gender gap, costituito da elementi molteplici, difficilmente superabili, se non affrontati in un’ottica generale.
Le disuguaglianze di genere hanno radici profonde che riguardano il contesto familiare e della formazione, prima ancora di quello lavorativo.
Molti studi mostrano, per esempio, che sono ancora poche le donne iscritte alle materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), nonostante ci siano più donne laureate che uomini, e che in generale la loro carriera universitaria sia di miglior livello (si laureano in tempi più brevi e con voti più alti).
Si registra poi una difficile transizione all’età adulta, con un’uscita dalla famiglia a 30 anni, contro i 25 dei paesi del Nord-Europa. L’attesa di un posto di lavoro stabile fa slittare la nascita del primo figlio, con il conseguente “fertility gap”, ovvero la bassa fecondità che è uno dei dati peggiori in tutta Europa.
Con l’ingresso nel mondo del lavoro le disuguaglianze di genere, anziché diminuire, si consolidano. Il tasso di partecipazione delle donne al mondo del lavoro è del 53,1% in Italia, di molto inferiore rispetto al 67,4% della media europea.
Anche quando lavorano, le donne risultano più penalizzate rispetto agli uomini, a partire dallo stipendio percepito e dalla precarietà lavorativa.
A parità di ruolo e di mansioni, la disparità non dipende dal salario orario, bensì dalla quantità di orario, complice anche la mancanza di servizi di assistenza adeguati. Spesso le donne sono spinte al part-time, perché si devono occupare dei figli, della casa o dei genitori non autosufficienti.
Sono meno le donne che ricoprono posizioni apicali, nel privato così come nel pubblico.
Si tratta di forme di discriminazione indiretta a cui si aggiungono varie forme dirette, come il bullismo, in ambito scolastico, e il sessismo nei luoghi di lavoro. Dall’inizio della pandemia c’è stata una recrudescenza di episodi di violenza sulle donne e di femminicidio.
Alla luce di queste disuguaglianze, e sotto la pressione delle associazioni di categoria come CNA Impresa Donna, attraverso il Dipartimento delle Pari Opportunità è stata elaborata la Strategia Nazionale per la parità di genere 2020-2025. La Strategia Nazionale presenta 5 priorità: lavoro, reddito, competenze, tempo, potere e punta, tra l’altro, alla risalita di 5 punti entro il 2026 nella classifica del Gender Equality Index dello European Institute for Gender Equality (attualmente l’Italia è al 14° posto, con un punteggio di 63,5 punti su 100, inferiore di 4,4 punti alla media UE).
Di fatto il PNRR sviluppa con le sue missioni le priorità della Strategia Nazionale per la parità di genere 2021-2026. Le articola in un ampio programma volto sia a favorire la partecipazione femminile al mercato del lavoro, direttamente o indirettamente, sia a correggere le asimmetrie che ostacolano le pari opportunità sin dall’età scolastica.
La Strategia e il PNRR tengono conto dell’attuale contesto demografico, in cui l’Italia è uno dei paesi con la più bassa fecondità in Europa (1,29 figli per donna contro 1,56 della media UE) e si inseriscono nel percorso di riforma e investimenti e sulle politiche per promuovere la natalità avviato col Family Act, primo progetto organico di riforma delle politiche per il sostegno e la valorizzazione della famiglia, per la promozione della partecipazione al lavoro delle donne, per il sostegno ai giovani.
Per non mettere in condizione le donne di dover scegliere tra maternità e carriera, sono previste nel PNRR misure di potenziamento del Welfare, anche per permettere una più equa distribuzione degli impegni, non solo economici, legati alla genitorialità.


