Dopo i festival, dopo le nomination, arriva la vittoria con l’Oscar. Poi cala il sipario, finiscono gli applausi…e alla fine cosa rimane di “Birdman”?
Cosa vogliamo dire di un film che ha messo a nudo le fondamenta dello show business, una critica tout court a Brodway e a New York?
Un regista come Alejandro González Iñárritu, sconosciuto alle masse, che sputa in faccia ai cine-hero-comics, triturando quella spazzatura visiva che il pubblico chiama cinema. Si potrebbe ricordare “Birdman” per il merito di aver dato un imput a quella riflessione sull’inutile spettacolarità nel mondo (umano) del cinema moderno. Quello che Iñárritu vuole è ritornare al realismo, in quel tempo in cui era l’interpretazione ad e non l’effetto a essere “speciale”.
Figlio di questa “criticata” industria cinematografica è Riggan Thompson, una star degli anni ’90 che grazie all’interpretazione di un super eroe, ovvero Birdman, è diventato un’icona holliwoodiana. Ma il tempo passa per tutti e Riggan vuole dare senso alla sua carriera, cancellando quel “costume da uccello” dalla mente del pubblico, spiccando, letteralmente, il volo nel mondo del teatro dove esiste l’arte nella sua essenza, forse.
Uno spettacolo teatrale tratto dall’opera “What We Talk About When We Talk About Love” di Raymond Carver, un celebre poeta statunitense, è l’ultima chance per Riggan di farsi scoprire artista e non “uomo-uccello”.
Parte il rullante, poi la gran cassa, arrivano i piatti, non si ferma quella batteria, quel dannato ritmo frenetico, come la vita dei protagonisti di “Birdman”, attori che fanno gli attori. Un metateatro per scoprire la vita di Brodway. La macchina da presa, posseduta forse dallo spirito di Stanley Kubrick, segue, anticipa, spia tutto e tutti. Attori e attrici scoperti nella loro vita dentro il teatro, ma il teatro è la loro vita, mettono un passo fuori dal palcoscenico e non sono più niente, inutili.
Fermi, un passo indietro. La macchina da presa, rientra dentro il teatro, segue il viaggio mentale di Riggan: un confronto con la sua coscienza, impersonificata in Birdman, il prezioso elemento della sua notorietà. Ma quell’uccellaccio “becca” costantemente tra i pensieri di Riggan, pronto sempre a ricordargli che senza quel “costume da uccello” non sarebbe che un pover uomo che gira in mutante in mezzo alla gente.
E dopo il narcisismo, le fragilità e le seconde possibilità arriva il miracolo. La trascendenza di Riggan: l’attore/supereroe diventa l’artista da palcoscenico, il carismatico uomo di teatro che desiderava essere. Ecco l’imprevedibile virtù di “Birdman”, portare al pubblico fagocita-filfumetti e alla critica attacca-etichette una nuova dimensione della messinscena, il super-realismo, dire basta alla finzione esprimendo se stessi, un finale degno di nota che ci prende tutti a colpi di oscar.


