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“Steve Jobs” di Danny Boyle: la verità dietro il mito di un uomo che ha “incantato” il mondo


News Cinema: Steve Jobs, parliamo del film di Danny Boyle, l’eccellente risultato raggiunto in un nuovo lungometraggio, è arrivato nel week end in sala. Una sceneggiatura quella di Aaron Sorkin (ricorda The Social Network) azzeccatissima che riesce a soddisfare grazie alle parole, attraverso uno scontro sonoro, verbale e soprattutto concettuale, un piacere unico allo spettatore. Il ritmo serrato dei dialoghi, una macchina da presa a seguire e che insegue i protagonisti, divisi in tre atti che raccontano momenti precisi e fondamentali della vita e soprattutto capire uno dei più seducenti, influenti e forse anche spaventosi geni informatici di sempre. Un film che non piacerà per chi ha sempre osannato Jobs come un santo, per chi ha sempre fatto la cosa per “accapararsi” l’ultimo prodotto Apple, ma forse è chi non hai mai compreso davvero la filosofia di quest’uomo racchiusa prima nella sua mente e poi in un oggetto.

Tre atti, appunto, si ripetono allo stesso modo. Un ritmo meccanico, ripetitivo, da continui punti a capo. Insieme alle porole si accostano immagini, flashback, schemi e idee di un film incredibile tanto quanto il suo protagonista. Steve Jobs, è suo il film, è suo il mondo che si piega al suo volere, ma gli si rivolta pure contro, e lo fa di continuo, e lo costringe a discutere, litigare, trattare, mediare, sbagliare, risolvere, perdere e ricominciare.

Andata e ritorno, inizio e fine. In questo senso, e solo questo procede il modo di vedere la realtà di Jobs. 1984: presentazione del Macintosh 128K. 1988: lancio del NeXT Computer. 1998: presentazione del primo iMac alla Davies Symphony Hall. Tre momenti e tre personaggi che ritornano, puntuali come le lancette dell’orologio. Contro di loro Jobs affronta i fantasmi del passato del presente e del futuro come nella celebre favole di Dickens, le loro evoluzioni o le loro complicazioni. A ogni presentazione pubblica di una Jobs comprende di cadere e e poi rialzarsi. Perde un pezzo che lo porta a separarsi ulteriormente dagli altri  e al tempo steso ne guadagna per ottenere il suo ipotetico viaggio di ritorno creativo e professionale.

Nel continuo alternarsi di campi e controcampi, nei continui incontri-scontri con i suoi fantasmi, nelle rime, nelle sostituzioni e nelle rotture generate dal riapparire degli stessi personaggi e degli stessi argomento, come in un sogno o in un racconto morale, Steve Jobs non fa altro che mettere a nudo se stesso e la natura complessa del lavoro informatico, così meccanico e rigido, eppure così creativo e spirituale.

Niente tecnologia, o almeno ben poca per spiegare la tecnologia. Tutto lo spazio è rubato dal Jobs narcisista e anaffettivo, perfezionista maniacale, visionario ma tecnicamente incapace (interpretato da Michael Fassbender) rivelato dai suoi compagni, amici, rivali, co-protagonisti (colpiscono Seth Rogen e Kate Winslet, rispettivamente nei panni di Steve Wozniak e Joanna Hoffman) di questo palcoscenico narrativo. Padre e genio, creatore e genitore, un figlio mancato e scartato che non perde occasione per essere un capo severo ma capace di valorizzare e apprezzare i suoi dipendenti, tutto questo è Jobs.

Non ultimo, è lo sguardo della macchina da presa rivolto alla società dei consumi, affamata di tecnologia, mai soddisfatta del progresso, insaziabile divoratrice di design e creatività. Quella mente americana nel suo tentativo inesausto di dare senso al tempo e alla realtà, al loro disordine e al loro progredire attraverso oggetti capaci di cambiare il mondo senza sapere che sono fatti di sogni, emozioni, talento, fatica di Steve Jobs. Tutti hanno morso un pezzo di quella mela, o Apple, solo l’icona di un uomo che ha cambiato il ventesimo secolo, un genio prima, un brand oggi. Un uomo già diventato storia, e adesso può essere raccontata come una classica storia di cadute e rinascite che porta alla piena realizzazione di un’identità.

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