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Siracusa. Enrico Di Luciano nel ricordo di Lucia Acerra


Lucia Acerra Siracusa Times

Serata inaugurale, dopo 35 anni di chiusura, del teatro piccolo della Latomia dei Cappuccini con lo spettacolo Thalassa i Greci d’Occidente” del luglio 2004

News Siracusa: quando si condivide con un altra persona le stesse passioni, l’amore per la propria città, le numerose battaglia per difenderla, distaccarsi da questa, diventa difficile. Questo è quanto accaduto, qualche giorno fa, quando la città di Siracusa ha dato l’estremo saluto all’avvocato Enrico Di Luciano, presidente dell’associazione “Amici dell’INDA” e sicuramente uno degli esponenti più significativi della cultura e della politica aretusea.

A distanza di qualche giorno, la presidente della sezione siracusana di Italia Nostra, Lucia Acerra scrive una lettera per ricordare l’amico Enrico, e noi ne riportiamo il contenuto.

“Ad Enrico

“Luciuzza, come va,  che ne dici ?”  Cominciavano quasi sempre  così le nostre immancabili conversazioni telefoniche all’indomani di un evento  o di un problema che riguardava la vita della nostra città. Ci accomunava, infatti, l’amore sviscerato per  Siracusa a cui  dedicavamo, anche se in campi diversi, tutto il nostro impegno, per cui, ogni errore delle Amministrazioni o delle altre Istituzioni cittadine diventava per noi un’offesa personale su cui discutere e scrivere, perché scrivere era l’altra passione che avevamo in comune.

Per abitudine ci scambiavamo gli scritti più importanti per verificarne l’efficacia o eventualmente correggere il tiro, ma quasi sempre eravamo d’accordo su tutto.  Alla presentazione dei miei lavori di ricerca su Siracusa, Enrico  era sempre in prima fila  ed aveva la rara capacità di penetrare il vero senso dei miei scritti che alla fine non rappresentavano altro che  il mio interesse per il nostro territorio e il desiderio di comunicare agli altri quello che avevo scoperto. Quando gli regalai la prima copia della mia guida “Siracusa: itinerari storico-artistici” che si distingueva dalle altre pubblicazioni per avere  a fianco del testo italiano la traduzione in inglese, ricordo che ne fu commosso e non finiva di lodarmi perché, mi diceva che avevo scritto una “guida colta”.

Naturalmente il suo giudizio era importante per me, perché conoscevo la sua sensibilità e l’amore per le testimonianze del passato e soprattutto del mondo classico di cui la nostra città abbonda. Stessa cosa quando presentai l’ultima mia ricerca su “Siracusa: chiese, conventi e monasteri”. Ricordo che  eravamo nel salone del Santuario e questa volta le lodi andarono oltre perchè non si limitarono alla mia  ricerca certosina (infatti avevo trovato oltre 100 luoghi di culto soltanto in Ortigia)  ma al lavoro che come presidente di Italia Nostra facevo per tutelare e diffondere la conoscenza dei Beni culturali della città e per la valorizzazione dei siti meno noti.

Fu il più accanito sostenitore dell’affidamento della Latomia dei  Cappuccini  ad Italia Nostra  e  con  gli  “Amici dell’INDA” e “L’arco e la Fonte” realizzammo  nel Luglio del 2004, dopo 35 anni di chiusura, il primo  spettacolo nel piccolo teatro: “Thalassa i Greci d’Occidante” con Galatea Ranzi  e subito dopo, la prima edizione di AGON, altra sua creatura, il processo alle tragedie rappresentate, che, per la suggestione del luogo incantò tutti  i partecipanti.

Era felicissimo  e non faceva altro che ripetere  della grande importanza che aveva  avuto per la città la riapertura  del Teatro della Latomia e quanto le rappresentazioni teatrali fossero indispensabili per la crescita  di una comunità.

Da presidente del Rotary fece restaurare il busto di Archimede  della Latomia  e volle  pubblicare un opuscolo illustrativo a ricordo dell’avvenimento. E poi l’appassionata dedizione all’associazione “Amici dell’INDA” per la cui costituzione  mi volle al suo fianco come vicepresidente;  quindi  l’opera meritoria della ristampa anastatica  di molte pubblicazioni, che altrimenti sarebbero andate perdute, che promuoveva annualmente dopo un’accurata scelta su cui discutevamo a lungo.

Poi la malattia della quale  gli amici all’inizio abbiamo quasi tutti ignorato l’esistenza.  Per me è stato traumatico averla appresa quando insieme a Bernadette Lo Bianco,  l’anno scorso  decidemmo  di  andarlo a  trovare perché si era sentito male e non lo vedevamo da un po. Ricordo che fu felice di vederci  e quasi subito si premurò a mostrarmi la sua splendida raccolta di volumi d’arte, di classici e di reperti antichi che custodiva con grande amore. Tornati in salotto  mi porse una busta dicendomi: “questa la leggi dopo,  e poi mi chiami”; per la mia innata curiosità non resistetti ad aprire e lessi quasi subito la lettera.

All’inizio non capì che quelle parole intendevano comunicarmi la gravità del suo stato di salute e quello che stava attraversando, sottoponendosi alle cure prescritte, poi con la morte nel cuore compresi che aveva preferito affidare alla scrittura, come sua consuetudine, quello che voleva dirmi. Sconvolta riposi in borsa la lettera mentre quanto appreso continuava ad occupare la mia mente. Non parlai con nessuno dell’accaduto. Naturalmente dopo una notte in bianco, durante la quale continuavo a chiedermi “perché e perché proprio a lui”, tentai di pensare a cosa dirgli quando avrei dovuto chiamarlo ma non ebbi molto tempo  per pensare perché fu lui a telefonarmi e a chiedermi cosa ne pensassi.

Non ricordo cosa gli dissi, certo le  prime parole le farfugliai nel tentativo di allentare la tensione ma lui capì  e  cominciò a parlarmi delle sue preoccupazioni ma anche della speranza  che riponeva nella nuova cura intrapresa che avrebbe potuto alleviargli almeno i dolori. Gli promisi  la mia  assoluta disponibilità su qualunque cosa avesse potuto essergli di aiuto anche nella conduzione del suo impegno culturale e gli suggerii di pubblicare quello scritto, così struggente nella sua scarna e terribile verità; mi diede ascolto e quei pensieri sono stati il  filo conduttore  del suo ultimo libro. Poi  cominciò a migliorare,  alternando periodi in cui era attivissimo ad altri  di sconforto e depressione.

Quando lo chiamavo, mi accorgevo subito dal tono della sua voce se era una buona giornata o no, e così è stato qualche giorno fa quando l’ho sentito stanco, quasi distaccato, stava cedendo! La forza interiore che l’aveva sostenuto in tutti questi anni di malattia stava cedendo il  posto alla rassegnazione. Posso solo immaginare quello che sarà passato nella sua mente, il dolore del distacco dalla compagna della sua vita “la sua amatissima Lela”, dei cui successi artistici era orgogliosissimo, dai ragazzi, dagli adorati nipotini che hanno alleviato e riempito di gioia questi ultimi anni   della sua vita.

E così caro Enrico te ne sei andato, lasciando un vuoto incolmabile  tra gli amici e tra quanti hanno avuto l’opportunità di conoscerti ed apprezzare le tue doti di uomo integerrimo, coraggioso, generoso, attivo, amante del bello, innamorato della nostra città per la quale sognavi un futuro  felice nel rispetto delle regole e adeguato al suo glorioso passato di cui eri appassionato conoscitore.

Questa volta, caro Enrico, amico di sempre e come spesso ti dicevo, “il fratello che avrei voluto  avere”,  le  “pillole  gialle, rosse o blu”  non hanno funzionato! Addio.

Lucia”

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