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Siracusa, 53esimo ciclo di Rappresentazioni Classiche: al Teatro Greco va in scena “Sette contro Tebe”


News: Tebe è una città assediata, in preda al panico, sul palco antico di Siracusa. Una città contesa tra eserciti fratelli, alla fine di una guerra. Quello che accade al termine di un conflitto è sempre uguale. Quel momento in cui comincia la spartizione cruenta tra i vincitori. Tebe È una città svuotata, abitata più da donne che da uomini. Ancora una volta sono le donne le protagoniste assolute di questo dramma in scena al Teatro Greco più vivo che mai. Sono donne che rappresentano il conflitto nella tragedia di Eschilo che il regista Marco Baliani ha messo in scena per la prima giornata del 53esimo ciclo di rappresentazioni classiche. Il Festival al Teatro greco di Siracusa, come voluto dal commissario straordinario della Fondazione Inda Pier Francesco Pinelli e dal direttore artistico Roberto Andò, durerà poco più di due mesi con 55 spettacoli e vedrà anche la traduzione simultanea in inglese. A preparare gli spettacoli Marco Baliani, Valerio Binasco e Giorgio Barberio Corsetti tre registi al loro debutto al Teatro greco di Siracusa  con la grande capacità di guardare al mito e al classico con uno sguardo contemporaneo.

Sotto gli occhi attenti del pubblico, va in scena la guerra fraticida tra i figli di Edipo narrata da Eschilo: Eteocle, re di Tebe, contro Polinice. I testi hanno la traduzione di Giorgio Ieranò, scena e costumi di Carlo Sala e le musiche di Mirto Baliani. In scena Marco Foschi che sarà Eteocle, Anna Della Rosa (Antigone), Aldo Ottobrino (messaggero), Gianni Salvo (aedo), Massimiliano Frascà e Liber Dorizzi.

L’opera si presenta magnificente dentro un teatro che si mostra rinnovato nella sua estetica, per ammirare il Teatro greco nella sua “nudità” di pietra millenaria.

Un ruolo incisivo quello di Antigone, che in Eschilo compare solo nella parte finale del dramma. Antigone, interpretata da Anna Della Rosa. Le madri, le mogli, le sorelle e le figlie sono simbolo della crudeltà dei conflitti. Una scenografia quella di Carlo Sala, sotto indicazione di Baliani, nella ricostruzione della città di Tebe dove l’agorà ospita l’intera scena.

Eschilo nella sua opera narra la vicenda che è l’antefatto dell’Antigone di Sofocle, che inizia là dove finisce i “Sette contro Tebe”, con la morte dei due fratelli, seguita dall’editto del re Creonte, fratello di Giocasta, unico uomo della stirpe reale, rimasto in vita, che vieta la sepoltura del traditore Polinice. La scissione finale  tra chi vorrebbe seppellire Polinice e chi no è quello che sempre accade dopo una vittoria, quando comincia la spartizione cruenta tra i vincitori alleati, quello che è accaduto  alla Libia dopo Gheddafi,  quel che accadrà  a Mosul tra breve, quel che accadde a Berlino nel secolo scorso.

Tutti i personaggi dell’opera sono vittime di uno stallo dell’animo, una sospensione di azione in attesa del massacro o della estrema lotta che porterà comunque rovina. Quando il Messaggero descrive la terribilità degli scudi dei sette guerrieri nemici che si apprestano ad assaltare le sette porte della città, proietta su quegli scudi la paura dell’ intera città, lo scudo nemico  diviene il luogo fisico e circoscritto del panico che ha invaso gli animi. Eteocle deve faticosamente trovare altre parole che rendano inefficaci le apocalittiche visioni del Messaggero, riducendo i sette guerrieri nemici a umanissimi corpi contro cui scagliare altri corpi guerrieri, i sette eroi tebani che li affronteranno, compreso lui stesso che si scontrerà alla settima porta col fratello Polinice.

La maledizione che pesa sulla città, quella lanciata ai figli- fratelli dal padre – fratello Edipo è pura metafora, serve al mito, non alla realtà, serve a dare un nome all’indicibile. Eteocle è un eroe fragile, L’efficacia delle sue parole si misura solo sul plauso del popolo, prima ancora che sulla scena della battaglia. Fin dall’inizio si scontra con la donne impaurite, scaricando su loro  l’ansia dello scontro imminente. Antigone è figura anch’essa fragile, attonita di fronte alla catastrofe, guidata unicamente dall’istinto. A  lei, fin dall’inizio  metterò in bocca parole che spetterebbero al coro, perché la guerra fratricida avviene da subito anche  all’ìnterno della città, è una guerra tra fratelli malnati.

Il coro delle donne e degli uomini non è un coro, non si muove compatto, non parla all’unisono, è fatto di individui, ognuno con la sua particolare forma di tremore e di reazione. L’adattamento del testo, a partire dalla bella traduzione di Giorgio Ieranò, inventa un linguaggio di concretezza assoluta, niente incisi, niente declamazioni, niente voli coloristici, tutto è presente, composto di terra, di materia, le parole lottano col poco tempo che resta  a disposizione.

Scorre veloce “Sette contro Tebe” di Marco Baliani, un tumulto di azioni continue, di quel corso ideato da Alessandra Fazzino. Il suono e la musica di Mirto Baliani trasmettono al pubblico la paura della guerra, percepita nelle vibrazioni e nelle le sonorità che circondano attori e pubblico nel corso dell’opera. E nel finale la scena una agorà bombardata, con i crateri e i superstiti che si allontanano come profughi, immagini per noi fin troppo, attuali, fin troppo riconoscibili per non riflettere.

Lo spettacolo al Teatro Greco è appena cominciato. Domani, domenica 7 maggio sempre alle 18,45, debutterà Fenicie di Euripide diretta da Valerio Binasco.

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