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“Mio padre salvato dalla buona sanità”. Una lettera di ringraziamento all’ospedale Umberto I di Siracusa


deputato regionale gennuso ospedale siracusa timesNews Siracusa: una lettera di una nostra lettrice racconta la sua esperienza al reparto di Cardiologia dell’ospedale Umberto I di Siracusa. Non denuncia un’episodio di malasanità, non reclama diritti negati in pronto soccorso o di mancanze del personale sanitario e nei reparti. E’ tutta un’altra storia, ed è pure a lieto fine.

Pubblichiamo, di seguito, una lettera di ringraziamento rivolta non solo al reparto di Cardiologia ma all’interno ospedale aretuseo, da parte di una donna, una figlia che ha visto il padre salvato da una “buona” sanità.

Molti di voi lettori non saranno d’accordo con me, altri invece si. Ma sento il dovere morale di farvi sapere quanto ho da testimoniare. Spesso, lamentiamo disservizi nel nostro ospedale Umberto I di Siracusa, me in primis; frequentemente abbiamo l’impressione di passare inosservati quando arriviamo al Pronto Soccorso con qualche malessere pensando di essere vicini alla fine e non rendendoci conto di essere né medici e né sapientoni. Ma i sanitari, il più delle volte, sanno quello che fanno. Anche a me è capitato di rimanere al pronto soccorso per tante ore, con dolori che mi torturavano il cervello e facevano scemare la pazienza, e sentirmi dire: “abbiamo dei codici rossi, la visiteremo il prima possibile”. Anche a me è capitato di dire: “la prossima volta cambio ospedale”; ma vi assicuro di essere stata dimessa, ogni volta, solo dopo aver raggiunto il massimo livello di salute.

Le situazioni si capiscono solo dopo averle vissute sulla propria pelle ed è per questo che nelle prime righe ho scritto: “sanno quello che fanno”.

Lo sapevano bene i medici e gli infermieri che giovedì pomeriggio hanno diagnosticato, alla velocità della luce, un brutto infarto al mio papà. Pur essendoci tanta gente al pronto soccorso, mio padre, nonostante fosse l’ultimo arrivato, è stato subito preso in considerazione all’interno della saletta del triage ed il tempismo del personale, ha salvato la vita di quel paziente ed indirettamente anche la mia. L’ansia, per chi aspetta notizie fuori dalla porta del pronto soccorso è forse la più pesante che possa esistere e, personalmente, non riuscendo a controllarla ho fatto irruzione dentro la sala medici senza pensarci due volte. Mi aspettavo di essere cacciata fuori in malo modo, di essere rimproverata bruscamente ed invece nulla. Solo sorrisi e abbracci da parte di una infermiera, che intuendo per quale paziente fossi entrata in quel modo, mi ha abbracciata come una mamma offrendomi tutto l’amore del mondo.

Mi hanno permesso di vedere mio papà, nonostante stesse iniziando l’iter di monitoraggio, e una dottoressa giovanissima,offrendomi conforto, mi ha sussurrato: “papà ha un infarto, lo stiamo portando in sala operatoria, ho già avvisato i miei colleghi dell’emodinamica”. Fino a quel momento non avevo mai sentito parlare né di emodinamica né tanto meno di come venisse trattato un paziente che arriva al pronto soccorso con un infarto in corso. In quel momento di grande disperazione sentire le parole di conforto e di speranza della dottoressa mi hanno dato una certezza: mio padre era in buone mani. Il viso angelico di quella cardiologa dai capelli neri e dalla pelle bianca non lo dimenticherò mai più.

Vista la gravità delle condizioni del paziente il trasferimento, in sala operatoria, si rendeva necessario in tempi rapidissimi. Ad attenderci c’era il Dott. Sacchetta, il quale con grande professionalità ci ha spiegato che, il mio caro papà aveva uno degli infarti più brutti che si potessero presentare in natura, ed illustrato come avrebbe condotto l’intervento. Alla fine della seduta operatoria il medico è uscito dalla sala per darci ogni informazione possibile e rispondere ad ogni nostra perplessità e paura. Il Dottore ci ha informato che pur essendo riuscito l’intervento, si rendeva necessario, dopo pochi giorni, effettuarne un altro. La presenza di quel medico mi rassicurava molto.

Sia in U.T.I.C. che successivamente in reparto, mio padre non si è mai sentito in pericolo di vita. Coccolato e accontentato, per quel che possibile, in ogni modo. Un reparto eccellente, dal primario dott. Vinci, al caposala, alle infermiere, agli operatori ausiliari, al signore che si è preoccupato di far prendere l’eucarestia ai pazienti. Pertanto, il tempo intercorso tra il primo ed il secondo intervento è divenuto lieve e sopportabile.

A fine del secondo intervento, mai avrei pensato di veder uscire mio papà dalla sala operatoria sorridente e a tratti divertito. Quando ho ascoltato la cronaca del suo intervento, ho capito il perché del suo stato d’animo così rilassato ed ho subito pensato che il dott. Sacchetta e la sua equipe non sono solo medici, ma angeli.

Giorgio, come lo chiama affettuosamente mio padre, è un ragazzo di soli 36 anni, nato in Germania, ed ha salvato tante vite, compresa quella di mio padre. Oltre alla professionalità ci vuole tanto amore, per chi varca quella porta in pericolo di vita, ed il dott. Giorgio Sacchetta ne ha da vendere. Da giorni a casa mia non si parla d’altro. Tutti i medici, dal pronto soccorso al reparto di cardiologia dell’ospedale di Siracusa, nonostante molti di loro abbiano poco più di trent’anni dimostrano di essere capaci e pronti a svolgere il compito che coscienziosamente hanno scelto.

Chiudo questa lettera, scusandomi con chi non la pensa come me, ed utilizzando le parole che mio papà disse al dott. Sacchetta durante l’intervento: “dottore, il vostro non è un lavoro ma una missione”. Grazie di esistere.

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