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Un Leopardi “freak” straordinariamente interpretato. Un altro gioiellino per il favoloso Mario Martone


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Questo film su Giacomo Leopardi non vuole essere una banale storiella/omaggio, confezionata e pronta per essere servita allo spettatore.
Ma è un gradito omaggio, per ricordarci quanto di buono il cinema italiano, oggi, ha da offrire. Un rinascimento cinematografico tutto napoletano grazie al partenopeo regista Mario Martone. Uomo di teatro già cimentatosi dietro la macchina da presa con il film “Noi credevamo”, dando dimostrazione di bravura e di gusto per il bello. Ma adesso ha affinato ancor di più i suoi sensi.
Un sogno che inizia e termina nei titoli di coda, che mostra la vita e il genio del letterato, del filologo, del filosofo e del poeta italiano.

Questo è un film che ci risveglia e che ci entusiasma nel raccontare la vita di un giovane straordinario, imprigionato dalla vita scolastica di casa, da due genitori aguzzini, anaffettivi, insensibili al dolore del loro primo genito.
Una vita quella in una casa biblioteca/labirinto, resa un po’ più dolce dall’amore dei due fratelli, così felici così amorevoli con Giacomo, lo aiutano a vivere. Non mancano le visite e le corrispondenze con Pietro Giordani, la molla per balzare fuori dal nido/prigione di Recanati.

L’infelicità di Leopardi è con lui anche a Firenze, a Roma e ancora a Napoli. Una fedele compagna di tutta una vita, come la sua gobba. Quella cifosi nata da un matto e disperatissimo studio, una metafora del grande peso della cultura che Leopardi da solo ha appreso e ha voluto sopportare.
Il “giovane favoloso” che pare un inno alla morte, che sembra parlare di una pretesa all’infelicità, va ben oltre le aspettative.

In una “selva oscura” di un Italia ancora non unita, frammentata dalle guerre, dalla rivoluzione e dal colera che infiamma tra le strade, il Leopardi vaga e si dispera, portatore di una cura: una sovraumana voglia di vivere, la ricerca del bello e dell’amore, un immenso amore.
Questo Leopardi tutto accartocciato e ingobbito, interpretato da un grandioso Elio Germano, si offre allo spettatore dentro sequenze magistrali, con quel linguaggio del cinema che si incolla all’emozione del racconto. Tra prosa e poesia vivono quelle parole che resteranno impresse nello sguardo e nella memoria dello spettatore.

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Una “fuga senza fine”, insieme all’amico Antonio Ranieri, dal giardino di casa fino al fuoco del vulcano Vesuvio, a scrutare e contemplare il firmamento celeste. Quello de “Il giovane favoloso” è un viaggio, una fuga, la ricerca di una libertà, ricercata e spasmodicamente voluta. Trai salotti mondani di Firenze, dentro le anticamere dei palazzi romani e poi trai vicoli napoletani, uno sprofondare in un abisso buio e tetro come la notte più oscura.
L’ardita e geniale colonna sonora che mescola, tra effetti elettronici e una ninna nanna tetra, il tutto in un’atmosfera visiva eccellente, unica.

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