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Gasolio rubato in Libia venduto in Europa attraverso la Sicilia, veniva utilizzato un deposito di Augusta: due siracusani arrestati


Sicilia. La Guardia di Finanza ha sgominato un’associazione a delinquere internazionale che riciclava gasolio libico rubato dalla raffineria libica di Zawyia, a 40 km ovest di Tripoli,trasportato via mare in Sicilia e successivamente immesso nel mercato italiano ed europeo.

Su delega della Procura distrettuale di Catania i Finanzieri del Comando Provinciale di Catania hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale etneo nei confronti di 9 soggetti (6 dei quali in carcere e 3 agli arresti domiciliari) che costituiscono l’associazione criminale, che si è avvalsa anche dell’opera di miliziani libici armati dislocati nella fascia costiera confinante con la Tunisia, è stata altresì contestata l’aggravante mafiosa attesa la presenza nella stessa di Nicola Orazio Romeo ritenuto vicino alla famiglia mafiosa dei Santapaola-Ercolano. In un anno di indagini, i militari del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Catania, sono riusciti a documentare dettagliatamente oltre 30 viaggi nei quali sono stati importati via mare dalla Libia oltre 80 milioni di kg. di gasolio per un valore all’acquisto di circa 30 milioni di euro.

Tra i soggetti coinvolti nel traffico internazionale di prodotti petroliferi libici e destinatari della misura in carcere figurano: l’amministratore delegato della Maxcom Bunker Spa, Marco Porta (cl.1969); Fahmi Mousa Saleem Ben Khalifa, alias “il Malem” (il capo), nativo di Zuwarah (Libia), fuggito dal carcere nel 2011 con la caduta del regime di Gheddafi dove stava scontando una condanna a 15 anni per traffico di droga; Ben Khalifa ha guidato una milizia armata stanziata nella zona costiera al confine con la Tunisia ed è stato recentemente posto agli arresti per contrabbando di carburanti da parte delle Autorità libiche; il catanese Nicola Orazio Romeo (cl.1972), indicato da alcuni collaboratori di giustizia quale appartenente alla frangia mafiosa degli Ercolano e ritenuto, in una conversazione captata tra gli indagati, quale soggetto della “mala, quella giusta, quella che non lo tocca nessuno”. Romeo è già stato denunciato nel  2008 per la s ua appartenenza mafiosa ai Santapaola e per alcune azioni estorsive perpetrate nelle zone di Acireale e Aci Catena.

Nell’indagine Romeo è parte integrante della componente maltese dell’organizzazione la cui funzione primaria è stata quella di organizzare i trasporti del gasolio libico via mare; i cittadini maltesi Darren Debono (cl.1974) e Gordon Debono (cl.1974); i maltesi, con Nicola Orazio Romeo, hanno curato il trasporto via mare gestendo, al contempo, il reticolo di società commerciali coinvolte nel business; il libico, originario di Zuwara, Tareq Dardar, quale collettore dei pagamenti e dei flussi finanziari veicolati su conti esteri nella disponibilità del Ben Khalifa. Per i soggetti non rintracciati nel territorio nazionale, la Procura distrettuale ha richiesto l’emissione di un mandato d’arresto internazionale. L’amministratore delegato della Maxcom Bunker Spa, società con sede legale a Roma, esercente l’attività di commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi e di bunkeraggio delle navi, si è avvalso della complicità di alcuni dipendenti della società, attinti anche loro della misura cautelare degli arresti domiciliari. Si tratta di Rosanna La Duca (cl.1969), siracusana, consulente esterna della Maxcom Bunker spa, Stefano Cevasco (cl.1969), addetto all’ufficio commerciale, Antonio Baffo (cl.1956) responsabile del deposito fiscale di Augusta.

Il gasolio libico – trafugato dalla Noc (National Oil Corporation), la compagnia petrolifera nazionale della Libia, riciclato e immesso, all’insaputa dei consumatori finali, anche nei distributori stradali – è un carburante avente tenore di zolfo minore di 0,1% ed è destinato al “bunkeraggio” ossia al rifornimento, in ambito portuale, di carburanti o di combustibili a unità navali. Il prodotto in questione, dopo miscelazioni in uno dei depositi fiscali della Maxcom siti in Augusta, Civitavecchia e Venezia, veniva immesso nel mercato italiano ed europeo (Francia e Spagna in particolare) a un prezzo similare a quello dei prodotti ufficiali pur essendo la qualità dello stesso inferiore. La stabile associazione criminale mirava ad acquisire la disponibilità di un flusso continuo di gasolio libico ad un prezzo ribassato rispetto alle quotazioni ufficiali (in alcuni casi anche fino al 60%) così garantendo alla società italiana acquirente un margine di profitto costante e più elevato.

Gli ideatori del lucroso affare internazionale, al fine di ostacolare la ricostruzione dei passaggi materiali, documentali e finanziari sottesi al commercio di gasolio, hanno costruito un variabile sistema di società, a più livelli, poste fittiziamente tra venditori e acquirenti finali. La frode è stata attuata mediante il ricorso a falsa documentazione attestante inizialmente l’origine saudita del gasolio “libico” e poi, successivamente, la non veritiera cessione del carburante da una delle società sussidiarie della Noc (National Oil Corporation), la compagnia petrolifera nazionale della Libia. Va, infatti, segnalato come la commercializzazione e l’esportazione dei prodotti derivati dal petrolio raffinati in Libia sia un’esclusiva della Noc e ogni cessione che avvenga attraverso società non autorizzate costituisce un illecito.

In una fase successiva, ovvero a seguito dell’improvvisa attenzione mediatica sul fenomeno illecito in rassegna, l’organizzazione ha mutato il sistema di frode: il prodotto non era più accompagnato da certificati attestanti la falsa origine saudita ma da falsi certificati libici, realizzati attraverso la pratica corruttiva in quel Paese. Infatti, prima la pubblicazione, il 25 febbraio 2016, sul quotidiano online “corriere.it”, di un articolo dal titolo “Le Petroliere fantasma dalla Libia all’Italia – I traffici nel mediterraneo” che ricostruiva con precisione le rotte delle navi impiegate dal sodalizio criminale per il traffico illecito di prodotti petroliferi tra la Libia, Malta e l’Italia, e poi le risultanze del Report n. S/2016/209 del 09 marzo 2016 del Gruppo di esperti in Libia del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno letteralmente allarmato l’amministratore delegato della Maxcom Bunker Spa, Marco Porta e alcuni suoi stretti collaboratori.

Nel citato Report delle Nazioni Unite veniva evidenziata l’imponente dimensione del “contrabbando di benzina sia dentro che fuori dalla Libia, che conduce al mercato nero e che fornisce una fonte significativa di introiti per i gruppi armati locali e le reti criminali”, con specifico riferimento ai prodotti provenienti dalla raffineria di Zawiya e contrabbandati, secondo modalità perfettamente corrispondenti a quelle accertate nel corso delle investigazioni condotte dai Finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Catania, dalla “rete gestita da Fahmi ben Khalifa (anche conosciuto come Fahmi Salim)”, il quale “controlla una milizia ed è azionista di una compagnia maltese, Adj Trading Limited”, oltre a “presiedere il Consiglio di Amministrazione di una compagnia libica, Tiuboda Oil and Gas Service Limited”.

È stato appurato che Ben Khalifa, controllando le acque antistanti i porti libici di Abu Kammash e Zwarah, consentiva a navi cisterna di rifornirsi del gasolio proveniente dalle raffinerie attraverso pescherecci appositamente modificati e/o altre navi cisterna di piccole dimensioni. Alcune di queste navi, giunte al largo di Malta, procedevano a un ulteriore trasbordo su natanti nella disponibilità di società maltesi, le quali s’incaricavano poi di trasportarlo in porti italiani per conto della società Maxcom Bunker Spa. I natanti utilizzati per l’illecito trasporto disattivavano il dispositivo di identificazione al fine di celare la loro reale posizione.

Per l’efficace riuscita delle investigazioni, la Procura di Catania ha autorizzato l’utilizzo di dispositivi in grado di intercettare conversazioni tenutesi tramite l’impiego di apparati satellitari. In particolare, quale prima sperimentazione effettuata in Italia, i finanzieri del Gico del Nucleo P.T. di Catania hanno eseguito la captazione di conversazioni tra telefoni satellitari operando a bordo dei mezzi aeronavali del Comando Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza e con il contributo tecnico fornito dal Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata (Scico). Per quanto concerne la successiva distribuzione sul territorio nazionale del carburante importato dalla Libia dalla Maxcom Bunker SPA, le Fiamme Gialle catanesi sono riuscite a tracciare, in alcuni casi, la destinazione finale del gasolio immesso in Sicilia e in Campania riuscendo, al contempo, a smascherare una distinta associazione a delinquere finalizzata alla sistematica evasione dell’Iva e alla vendita a distributori stradali “compiacenti” – ubicati in Catania e provincia – di gasolio “extra-rete” in frode a consumatori e compagnie di bandiera.

Tale struttura illecita risulta composta da società cartiere ubicate in Catania e nel siracusano nonché da depositi fiscali nel trapanese e depositi di stoccaggio nel catanese uni te tra loro da apparenti rapporti commerciali attraverso l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. L’articolato sistema di frode ha comportato un mancato incasso per il bilancio nazionale e quello comunitario di imposte (Iva) per un ammontare di oltre 11 milioni di euro. Tra gli indagati figurano gli amministratori di fatto delle società coinvolte, già recentemente investigati in similari inchieste dirette da questa Procura e condotte dalle Fiamme Gialle di Catania, ai quali sarà notificato un avviso di conclusione delle indagini. Parte del gasolio illecitamente trafugato dalla Libia, dalla Sicilia è stato destinato per la distribuzione anche a società di stoccaggio campane.

Il gasolio “libico”, dopo miscelazione, è giunto, in alcuni casi, anche nei distributori stradali ad un costo assolutamente “proibitivo” per gli operatori del settore leali costretti a soccombere al cospetto di società illecite che hanno messo a frutto l’evasione d’imposte e il minore onere d’acquisto della materia prima. La complessa investigazione economico – finanziaria ha fatto emergere un sofisticato traffico illecito internazionale di carburante in grado di alterare la libera concorrenza di mercato, a danno di imprese, consumatori finali e degli Stati europei destinatari del prodotto petrolifero trafugato.

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