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Diversi vs Normali


«Vita semplice e alto pensare» scriveva Oscar Wilde nel De Profundis ma come si fa a mettere in pratica tanta poesia se il rapporto evolutivo tra etica e libertà, ancora oggi a Siracusa continua a essere inversamente proporzionale?

Discriminazioni etniche, sessuali, sociali, professionali, fisiche e ancora pregiudizi su disabilità motorie e sensoriali. Nella nostra città, perfino avere un innocuo piercing alla lingua o mettere su 30 chili in un anno diventano ragioni valide per essere criticati, biasimati e bistrattati.

La storia insegna che la diversità non è sempre insita nell’uomo, a volte è trasversale ovvero gli viene incisa sulla pelle dalle circostanze. Eppure per questo mondo, se qualcosa di quello che sei, pensi, fai o insegui, non è comune, sei “fuori” dai giochi e meriti di essere messo da parte. L’intolleranza è sempre in agguato come un cancro in eterna metastasi e direi che a Siracusa come nel resto del pianeta, siamo messi proprio male a tumori.

Non è facile essere se stessi, neanche quando ti definiscono “normale”, c’è sempre una serie di regole da seguire per essere accettati o di standard da rispettare, figuriamoci se sei umanamente “sui generis”. Ma come si fa a essere felici e rispettosi di quello che si è senza soffrirne e soprattutto senza cadere nella tentazione di snaturarsi per essere accettati?

Il segreto sta nello stabilire a priori quanto teniamo a godere del tempo a nostra disposizione su questa terra e quanto invece permettiamo al nostro senso di colpa, per non essere come gli altri, di rovinarci la festa.

Forse bisognerebbe nascondersi dietro l’insulso abito dell’anonimato per poter  vivere in santa pace? Perché in fondo, quando non sei nessuno, nessuno ti importuna, neanche la vita, subisci anche quella.

No, siracusani “scomodi” ma illustri come Fulvio Frisone e Elio Vittorini, ce l’hanno fatta. C’è un modo per superare il senso di responsabilità di essere unici, si può. Basta assimilare la propria identità con amore e perseverare nella lotta contro l’ignoranza, con l’obiettivo di capire chi siamo e di che cosa abbiamo bisogno per essere quello che vogliamo. Insistere nel far parte di uno straordinario universo, tutto da scoprire, che molti ottusi deridono o screditano solo perché sono creature prive di meraviglie da compiere e partorire.

Ci vuole quindi un’apertura verso un nuovo mondo, il desiderio di guardare finalmente le cose da un altro punto di vista, un’ottica più vera e personale.

E’ vero, capirsi è come contaminarsi e il linguaggio come tutto quello che costituisce un essere umano ha il suo DNA e ogni tentativo di farsi capire è come provare ad impiantare qualcosa di sé nell’interlocutore. In poche parole è come cercare di attuare un trapianto e di conseguenza tale operazione ha le sue percentuali di riuscita ma anche di rigetto.

 

Tuttavia sarebbe devastante, svegliarsi un giorno e realizzare che a distanza di secoli “nulla è cambiato e nulla si è trasformato” non per colpa degli altri ma perché noi per primi non siamo stati il cambiamento che volevamo  vedere realizzato nel mondo in cui abbiamo vissuto.

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