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VIDEO Café Society: un “ménage à trois” tra amore, humor e dolore di un nostalgico Woody Allen


News Cinema: “la vita è una commedia, scritta da un sadico che fa il commediografo”. Sono le parole di Bobby , alter ego del regista Woody Allen, nel suo 47esimo film: Cafè Society. Un tuffo nel passato, come è solito ormai fare, in una trama intrigante che ormai è un genere a se. Il risultato? La critica dice che “non è certo il peggior film di Woody Allen”.

Il giovane Bobby, d’origine ebrea, lascia i sobborghi di New York per il sole e le star di Los Angeles, grazie all’aiuto di uno zio produttore di Hollywood. Una scalata nel mondo nel cinema. Qui non coglie la fortuna sperata ma trova l’amore, quello ricambiato di Vonnie che progetta di sposarla e fare ritorno a New York. Stop! Lei è in realtà l’amante dello zio e all’ultimo momento decide di sposare quest’ultimo. Bobby torna quindi a New York da solo, si mette a gestire il locale del fratello Ben, trova moglie e diventa padre. Tempo dopo però incontra di nuovo Vonnie: sembra che nulla sia cambiato e che nessuno abbia mai dimenticato l’altro.

Star, sesso, soldi e risate in una magica hollywood anni Trenta, gli anni d’oro del cinema americano. Una scelta di stile per un Allen maturo, ormai 80enne. Il personaggio, suo alter ego, dimostra la consapevolezza di entrare nella maturità. I sogni, l’amore, le speranze e le ambizioni di diventare famoso nella città degli angeli, sfumano presto nella realtà e il ritorno a New York. I colori, la luce ben presto sbiadiscono, e prende posto il grigio e la malinconia. Un brusco cambiamento, un risveglio da un sogno che sembra ormai finito.

Café Society è anche un racconto visivo dell’epoca del grande jazz nei club newyorchesi, e della grande commedia hollywoodiana che da li a poco sarebbe svanita, al suo posto un nuovo mondo, un nuovo stile e la disillusione negli anni Quaranta. Luce, colori e atmosfere rendono palpabile questa trasformazione, in un film dove la confezione sembra contare più del contenuto. Allen è un malato nostalgico. Pone il suo sguardo indietro, verso i ricordi e alla vita di qualcuno che, inizia e finisce e poi ricomincia a vivere in ogni sua nuova opera.

Allen sembra sia essere passato fuori moda, non stuzzica più gli appetiti dei cinefili, per non parlare dei divoratori da multisala. I suoi film da tempo vengono definite ideuzze tenui, quasi insapori. Ciò che non si coglie, ciò che il maturo regista propone è un cambio di registro. Un punto di non ritorno. Dalla leggerezza e lo humor, al doloroso declino di un personaggio che passa dalla giovinezza alla maturità. E questo, non c’è dubbio, lascia un po’ di amaro in bocca. Ma meglio aver provato e sentito qualcosa che rimanere a bocca asciutta.

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