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A tre anni dalla morte di Loris Stival ripercorrendo l’assurdo delitto di Santa Croce Camerina


Veronica è nata a Caltagirone il 1 novembre del 1988. Ha 29 e fino a 3 anni prima faceva la mamma a tempo pieno di due bimbi. Ha scoperto il suo vero padre all’età di 14 anni. Un rapporto burrascoso con la madre che ha messo al mondo cinque figli con tre uomini diversi. Un’infanzia difficile quella di Veronica, che nella sua mente di adolescente fa maturare per ben due volte la “voglia” di morire. Un figlio arrivato troppo presto per lei, quando le altre ragazze della sua età andavano ancora a scuola e pensavano soltanto a come divertirsi e a quali abiti indossare il sabato sera.

Davide ha 32 anni e di mestiere faceva il camionista per il gruppo Ibleo Trasporti. Era sempre in giro per lavoro, Davide. A 17 anni, quando era appena un ragazzino con le orecchie grandi e le spalle leggermente curve, conosce Veronica. Irrompe nella vita della ragazza proprio quando lei, si ipotizza per una discussione avuta con il suo vero padre, scappa verso la serra della casa a Santa Croce Camerina in Sicilia. Una casa a due passi dal Mulino Vecchio situato proprio in provincia di Ragusa. Scappa Veronica. Entra nella serra, rovescia un secchio, vi monta sopra e, afferrato un secchio di plastica, tenta di impiccarsi scalciando il supporto, ma il filo non regge e si rompe. Veronica riesce a salvarsi.

Veronica e Davide “crescono” insieme e condividono la gioia di un matrimonio, di una casa, di una famiglia e la nascita di due bambini: Loris Andrea e Diego. Nella vita di Veronica, che di cognome fa Panarello, e del marito Davide che porta il cognome Stival, accade qualcosa di terribile. È il 29 novembre del 2014 quando Veronica denuncia la scomparsa del figlio primogenito, 8 anni, Loris. Veronica dice di averlo accompagnato a scuola presso il circolo didattico “Falcone-Borsellino” e di non averlo trovato all’uscita. Ore di paura e di ipotesi sia per la famiglia Stival sia per i 10.767 abitanti di Santa Croce Camerina. Si teme, infatti, che in quel comune ad ovest di Ragusa possa nascondersi l’ombra di un orco.

Passano poche ore ed appena prima di sera il piccolo Loris viene ritrovato all’interno di un canalone da un cacciatore, coperto da cespugli e cavi. Il cadavere del bambino sembra strangolato con una fascetta stringicavo, ha un grosso ematoma alla testa, i pantaloni slacciati, è senza cintura e privo di slip. L’uomo si chiama Orazio Fidone, 65 anni, pensionato, e conosce bene il luogo del ritrovamento del cadavere per via delle battute di caccia che organizza con gli amici. Fidone viene subito sottoposto in maniera inevitabile a controlli. L’abitazione del 65enne viene perquisita, mentre la sua autovettura – una Suzuki bianca – viene sequestrata e sottoposta all’esame del luminol. Il cacciatore racconta di aver chiamato i Carabinieri ancor prima del casuale passaggio di una volante della Polizia insospettita dalla sua autovettura ferma sul ciglio del canalone. La telefonata che l’uomo fa alle forze dell’ordine, in effetti, risulterà essere partita ore prima del ritrovamento del corpo di Loris Stival. Fidone esce di scena in maniera rapida e il suo ruolo finisce velocemente nel dimenticatoio.

Loris è morto. Strangolato. Il suo corpo giace all’interno di un canalone a pochissimi passi dal Mulino Vecchio, proprio dove da bambina abitava la sua mamma, Veronica. Ed è proprio Veronica, vestita di nero e con i capelli legati dietro la nuca, a dover fare il riconoscimento del figlio. Bianca in viso come una statua di cera, urla il suo strazio chiedendo che l’assassino di suo figlio venga trovato nel minor tempo possibile. Veronica viene ascoltata a lungo dagli inquirenti, ma dai suoi racconti emergono delle incongruenze. È il 9 dicembre, e quando in quasi tutte le case italiane ci si prepara ad addobbare l’albero di Natale, la famiglia Stival – già distrutta dalla morte di Loris – si trova costretta ad affrontare un nuovo dramma.

Veronica Panarello viene arrestata con l’accusa di aver ucciso il figlio di 8 anni ed averne occultato il cadavere.

Veronica entra in carcere e da dietro le sbarre non confesserà mai il figlicidio.

Prima dal carcere di “Petrusa” ad Agrigento, e poi da quello di piazza Lanza a Catania, Veronica inizia una danza di parole che la portano a cambiare innumerevoli volte versione sulla morte del proprio figlio.

LE VERSIONI DI VERONICA

“L’ho accompagnato a scuola e all’uscita non l’ho trovato”. “No, è rientrato a casa, senza andare a lezione, ma non ricordo altro”. E intanto, nonostante i racconti resi della donna, pare che la Polo nera di Veronica non abbia mai raggiunto la mattina del 29 novembre la scuola “Falcone-Borsellino”. Le telecamere collocate nei pressi della scuola frequentata da Loris, infatti, non hanno registrato un’immagine dell’autovettura della donna. A non tornare, agli inquirenti, c’è anche la partecipazione di Veronica ad un corso di cucina nella tenuta Donnafugata. “Sono rimasta là fino a mezzogiorno” dice Veronica in una prima versione per poi smentirsi ed affermare di “essere tornata a casa per sbrigare delle faccende domestiche, per poi uscire di casa alle 9.15 e rientrare al corso fino alle 11.45”. Ma Veronica ci ripensa ad afferma, cambiando ancora versione, che “è stato un incidente, è morto mentre stava giocando con delle fascette elettriche”. Veronica tesse una rete di menzogne su menzogne che la portano all’ultima agghiacciante versione dei fatti che vedrebbero come esecutore materiale del delitto il suocero Andrea Stival. “L’ha ucciso mio suocero per impedirgli di rivelare che era il mio amante”. “Ho avuto una storia con Andrea Stival, è stato lui ad aver strangolato Loris con un cavo usb per non farlo parlare. Mi ha detto di legare i polsi a Loris e io l’ho fatto. Poi l’ha ucciso”.

Mentre le versioni di Veronica cambiano velocemente, il suocero, nonno del piccolo Loris, viene indagato come atto dovuto, ma nessuno pare dare credito a questo scenario. L’esame del medico legale smentisce peraltro l’impiego di un cavo usb. L’unica arma del delitto resta la fascetta elettrica stretta attorno al collo del bambino. Un’arma del delitto tanto inusuale quanto feroce.

L’omicidio di Santa Croce, luogo pieno di telecamere e a due passi dalla frazione di Punta Secca dove si trova la dimora del commissario Montalbano immaginato da Camilleri, sembra essere un giallo irrisolvibile. Uno di quei gialli dove nessuno porrà mai la parola fine con una confessione.

L’ARMA DEL DELITTO

“Ve le restituisco, sono quelle che servivano per le lezioni di scienze”. Sono queste le parole che Veronica Panarello rivolge all’insegnante di Loris che si era recata in quell’appartamento ben curato in ogni dettaglio. Un progetto di scienze però che non ha mai visto i bambini lavorare con quelle sottili fasce di plastica che Veronica consegna alla maestra del figlio. Questa, trovando il gesto il alquanto strano, consegna il mazzo di fascette alla Polizia. Sembra strano che per un progetto scolastico si sia intrapresa la scelta di far utilizzare a dei minori dei lacci plastificati che una volta stretti non si posso più aprire se non tagliandoli. Le fascette elettriche consegnate all’insegnante e quella ritrovata stretta al collo del piccolo Loris inguaiano definitivamente Veronica. A quanto pare, dopo l’ultima perizia sull’arma del delitto e secondo la perizia dell’esame autoptico eseguito dal dottore Giuseppe Iuvara, sul corpo del bambino sarebbero stati trovati segni che indicano una breve colluttazione, dei graffi che segnalano una lotta tra Loris ed il suo carnefice. Non dei graffi prodotti da unghiature ma delle lesioni da punta e taglio sostenute da un mezzo rigido compatibile con un paio di forbici. Non a caso, tra i tanti oggetti sequestrati a casa Stival-Panarello, c’è anche un paio di forbici sulle quali sono stati fatti accertamenti.

IL DELITTO PERFETTO IN UNA CASA PERFETTA

“Tre vani per centodieci metri quadrati, al terzo piano di uno stabile civile, ben tenuti e curati in ogni dettaglio; un ampio ambiente living con soggiorno e cucina a vista, due camere da letto matrimoniali, servizi, lavanderia, ripostiglio, due balconi, posto auto in garage e pompe di calore”.

Una bicicletta all’angolo del letto. Un poster con un cartone animato sull’anta di un armadio color noce. Un muro abbellito con undici foto ed una stella di colore blu. Un peluche a forma di sandwich adagiato sul letto con un copriletto a righe colorate ed un enorme cuore nero che scende dal pomello dell’armadio. È così che i pochi metri quadrati dov’era racchiuso il mondo del piccolo Loris si sono presentati agli occhi di tutti grazie a delle foto diramate da un’agenzia immobiliare incaricata, prima della tragedia, della vendita dell’appartamento della famiglia Stival. Immagini di un appartamento normale di una famiglia normale. Una casa curata minuziosamente in ogni singolo dettaglio. Eppure la famiglia Stival aveva deciso di lasciare quell’appartamento perfetto. Un luogo perfetto solo all’apparenza a quanto pare, visto che alcune persone che abitavano nelle vicinanze della casa che custodirà per sempre il segreto sulla morte di Loris raccontano di una Veronica che “urlava per ore contro i figli e contro il marito”. E non si tratta solo di urla. Secondo la testimonianza di un vicino “nei pomeriggi in cui non lavoravo sentivo la Panarello urlare contro i suoi figli e una volta fu chiaro il rumore di sedie e altri oggetti sbattere per terra”. E, quanto a Loris, pare che la madre “lo apostrofava con parole pesanti”. Il castello esteticamente perfetto di Veronica non sembra più essere solidamente costruito con cemento armato ma con leggeri granelli di sabbia. Un amichetto di Loris, secondo quanto messo a verbale dalla madre di quest’ultimo, sarebbe scappato spaventato dopo aver trascorso qualche minuto in casa Stival: “era spaventato, disse che la mamma di Loris urlava sempre contro suo figlio, arrivò addirittura a definirla una pazza”. Molti altri, invece, hanno sempre definito Veronica come una mamma apprensiva e attenta. Una mamma perfetta sempre concentrata sui bisogni dei figli.

IL PROCESSO

Il 3 dicembre del 2015 Veronica accede al giudizio di rito abbreviato condizionato a perizia psichiatrica. Il 14 dicembre è il giorno della prima udienza del processo di primo grado. L’11 febbraio 2016 davanti al Pm, dopo averlo fatto in carcere il mese prima davanti ad assistenti e psicologi, Veronica accusa il suocero Andrea Stival additandolo come esecutore materiale del delitto in quanto il bambino avrebbe scoperto duna relazione amorosa tra i due. Il 17 febbraio Andrea Stival viene indagato per omicidio colposo ed interrogato. Il 3 marzo, l’uomo, nega tutto davanti al Pm. Il 3 ottobre 2016 la Procura di Ragusa chiede al Gup la condanna dell’imputata a 30 anni di reclusione per omicidio premeditato aggravato e occultamento di cadavere. Il 17 ottobre 2016 il Gup di Ragusa, Andrea Reale, condanna Veronica Panarello a 30 anni per l’uccisione del figlio Loris. Il 6 luglio del 2017, a Catania, davanti alla Corte d’Assise d’Appello, comincia il processo di secondo grado a carico di Veronica, seguita dal primo momento dall’avvocato Francesco Villardita.

 

 

 

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